Tra i piatti che raccontano il legame profondo tra cucina e mondo contadino, i carciofi alla matticella occupano un posto particolare nella tradizione gastronomica del Lazio. Non si tratta semplicemente di carciofi cotti alla brace: a caratterizzare la preparazione è soprattutto il fuoco, ottenuto bruciando i sarmenti della vite, raccolti in piccoli fasci chiamati appunto “matticelle”.
La ricetta è legata soprattutto a Velletri e alla campagna dei Castelli Romani, dove ancora oggi la preparazione dei carciofi diventa, con l’arrivo della primavera, un’occasione di incontro e convivialità. Pochi ingredienti – carciofi romaneschi, olio extravergine d’oliva, aglio, mentuccia e sale – danno vita a un piatto nel quale è la particolare tecnica di cottura a fare la differenza.
Una ricetta nata tra i filari delle vigne
La storia dei carciofi alla matticella è strettamente legata alla vita agricola del territorio veliterno. Nelle campagne, le piante di carciofo venivano tradizionalmente coltivate anche alle estremità dei filari delle vigne. Durante il periodo della potatura, i tralci tagliati venivano raccolti e legati in fascine, le matticelle, conservate poi come combustibile per il forno e per il fuoco domestico.
Proprio quelle fascine finirono per diventare uno degli elementi fondamentali di una preparazione destinata a entrare nella cucina tradizionale locale. Bruciando rapidamente, i sarmenti producevano infatti una brace intensa sulla quale era possibile preparare il pasto direttamente nei campi.
La coincidenza stagionale contribuì al resto: mentre si lavorava nelle vigne, i carciofi erano pronti per essere raccolti. Da qui sarebbe nata l’abitudine di condirli e sistemarli direttamente nella brace, senza pentole o altri utensili.
Era una cucina essenziale, costruita intorno a ciò che la terra metteva a disposizione. Ed è proprio questa semplicità a essere rimasta uno dei tratti distintivi dei carciofi alla matticella.
Nel tempo quella che era una consuetudine dei vignaioli è diventata una specialità gastronomica riconoscibile, inserita tra i Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT) del Lazio con il nome di “Carciofo alla Matticella di Velletri”.

Perché si chiamano “alla matticella”
Il nome della ricetta non indica quindi una varietà di carciofo, ma il particolare combustibile utilizzato per la cottura.
Le matticelle sono fascine formate prevalentemente dai sarmenti ottenuti dalla potatura delle viti. Nella tradizione contadina venivano preparate e conservate nelle cosiddette “matticellare”, per essere utilizzate durante l’anno per alimentare il fuoco della cucina e quello destinato alla cottura del pane.
È proprio la brace prodotta dalla vite a conferire ai carciofi il caratteristico aroma affumicato. Per questo motivo cuocerli semplicemente su una comune griglia permette di avvicinarsi alla ricetta, ma non di riprodurne completamente il profumo tradizionale.
La preparazione tradizionale
Per preparare i carciofi alla matticella si utilizzano preferibilmente carciofi romaneschi, particolarmente adatti a questo tipo di cottura grazie alle dimensioni e alla consistenza delle foglie.
Ingredienti per 4 persone
- 8 carciofi romaneschi
- 2-3 spicchi d’aglio
- mentuccia fresca
- olio extravergine d’oliva
- sale grosso
- pane casereccio
- matticelle di vite ben secche per la brace
La preparazione comincia dal fuoco. Le matticelle vengono bruciate fino a ottenere una quantità abbondante di brace. È importante attendere che la fiamma si abbassi: i carciofi devono cuocere soprattutto attraverso il calore delle braci e non essere semplicemente investiti dal fuoco vivo.
Nel frattempo, si preparano i carciofi. A differenza di altre ricette, la pulizia non deve essere eccessiva: le foglie più esterne svolgono infatti una funzione protettiva durante la cottura e, anche se alla fine appariranno bruciate, permetteranno al cuore di rimanere morbido.
I carciofi vengono leggermente aperti al centro con le mani. Tra le foglie si inseriscono aglio, mentuccia e sale, quindi si versa abbondante olio extravergine d’oliva, cercando di farlo penetrare fino al cuore.
A questo punto vengono sistemati verticalmente nella brace, con il gambo rivolto verso il basso. La tradizione prevede una cottura lenta all’aperto: generalmente occorrono circa 50-70 minuti, anche se il tempo può cambiare in base alle dimensioni dei carciofi e all’intensità della brace.
L’aspetto finale può trarre in inganno. Le foglie esterne devono risultare molto scure, quasi carbonizzate. È proprio eliminandole che si scopre la parte più tenera e profumata del carciofo.

Il pane casereccio, compagno indispensabile
Un dettaglio tutt’altro che secondario riguarda il modo di servire i carciofi. Tradizionalmente vengono appoggiati su una fetta di pane casereccio, che raccoglie l’olio e i succhi rilasciati durante la degustazione.
Il carciofo si mangia infatti progressivamente: eliminate le brattee completamente bruciate, si staccano quelle successive e se ne gusta la parte carnosa, procedendo verso il centro. Man mano che ci si avvicina al cuore, le foglie diventano sempre più morbide fino ad arrivare alla parte centrale, tenera e ricca del profumo di aglio, mentuccia, olio e brace.
Il pane posto sotto non è dunque un semplice accompagnamento. Assorbe il condimento che cola dal carciofo e diventa parte integrante del piatto.

La leggenda di Assuntina
Come accade spesso alle ricette popolari più antiche, anche intorno ai carciofi alla matticella è nata una leggenda.
Secondo il racconto tramandato a Velletri, protagonista sarebbe stata una giovane di nome Assuntina. Mentre si trovava nel vigneto insieme al suo innamorato, avrebbe accidentalmente fatto cadere tra le braci delle matticelle il cesto di carciofi destinato al pasto del padre e degli altri lavoratori.
Per cercare di rimediare, la ragazza avrebbe aggiunto ai carciofi aglio e mentuccia raccolti nei dintorni, completando tutto con abbondante olio. Il risultato, anziché trasformarsi nel disastro temuto, avrebbe conquistato i presenti e dato origine alla ricetta.
Naturalmente si tratta di una leggenda popolare, ma il racconto è interessante perché riunisce tutti gli elementi che caratterizzano realmente il piatto: la vigna, il lavoro nei campi, le matticelle, i carciofi e gli ingredienti semplici disponibili nella campagna.
La “carciofolata”, molto più di un pranzo
Una delle curiosità più interessanti riguarda il carattere collettivo della preparazione. A Velletri mangiare i carciofi alla matticella è tradizionalmente associato alle “carciofolate”, incontri primaverili durante i quali amici e famiglie si riuniscono intorno al fuoco per preparare grandi quantità di carciofi.
La cottura, infatti, richiede tempo e si presta poco alla fretta. Bisogna preparare le fascine, accendere il fuoco, aspettare la formazione della brace, sistemare i carciofi e controllarli durante la lunga permanenza tra le braci.
Il pranzo diventa così quasi un rito. Una tradizione che continua a essere celebrata anche attraverso iniziative ed eventi gastronomici dedicati specificamente ai carciofi alla matticella.
Una curiosità: il carciofo sembra bruciato, ma deve esserlo
Chi vede per la prima volta un carciofo appena estratto dalla brace potrebbe pensare che qualcosa sia andato storto. L’esterno annerito è invece una caratteristica della preparazione.
Le brattee più dure funzionano come una sorta di involucro naturale: ricevono direttamente il calore e proteggono progressivamente l’interno. Una volta eliminate, lasciano spazio alle parti morbide, impregnate di olio e aromi e caratterizzate dalle note affumicate della vite.
Ed è proprio il contrasto tra l’aspetto rustico dell’esterno e la morbidezza del cuore a rendere particolare il piatto.
Un esempio di cucina contadina ancora vivo
I carciofi alla matticella raccontano un’idea di cucina nella quale non esiste quasi nulla di superfluo. I carciofi arrivavano dalla terra, aglio e mentuccia erano ingredienti facilmente reperibili e persino ciò che rimaneva dalla potatura della vigna trovava una nuova funzione diventando combustibile.
Una ricetta nata probabilmente dall’esigenza pratica di preparare qualcosa da mangiare durante il lavoro agricolo si è trasformata così in uno dei simboli gastronomici di Velletri.
Ancora oggi il modo migliore per comprenderne il fascino rimane quello più semplice: un fuoco acceso all’aperto, le matticelle trasformate lentamente in brace, i carciofi disposti uno accanto all’altro e il pane pronto a raccogliere l’olio. Più che una semplice ricetta, i carciofi alla matticella conservano il ricordo di una cucina costruita intorno alla terra, alle stagioni e al piacere di mangiare insieme.
Immagini generate con ChatGPT / OpenAI
A cura di Barbara Scardilli
